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Il Mio Amico Hans Christian Andersen

sabato, 19 dicembre 2009

 

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Albi di Fantastika

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Tre Passi Fra le Nuvole

trilogia fantastica

Il Mio Amico Hans Christian Andersen

fiaba fantastica

by

Salvo Gagliardo 

“Quel giorno, l’ ufficiale di polizia

Lonnie Zamora ispezionava quel  luogo

Idilliaco, quando una specie di ruggito,

dilaniò l’ aria, mentre un’ alta fiamma blu e

aranciata si abbassava dietro ad una collina”

Jean Pottier-UFO

Una vecchia  Rover rossa sfida faticosamente le accecanti luci infuocate, sotto una sonora pioggia di raggi per le lunghe e polverose strade del New Mexico,  nell’ arido pomeriggio di un luglio di fuoco. Attorno  giganteggiano solitari i cactus spinosi fra arbusti e canon rossastri. Fra le ciclopiche gole si occultano le mura sbrecciate di antichi villaggi, gli antichi bivacchi, gli scheletri pietrificati delle maledette città dell’ oro. I grandiosi scenari sono simili a quelli da cui la Rover ha preso il via con qualche colpo di tosse in un’ alba dura e paurosa fra montagne ciclopiche di pietra e rame. Le mani sudate stringono il grosso sterzo, gli stivali premono sul duro pedale.

Mi chiamo Virgil McMahannan, e possiedo una piccola impresa elettrica a San Francisco: << Luce Ogni dove. Riparazioni e Manutenzione Impianti Elettrici>> Sono alle prese con il solito giro di lavoro e mi aspetta un viaggio faticoso da Phoenix a Salt Lake  city, migliaia di chilometri da macinare per le terre più calde degli States. San Francisco è la mia città e là mi aspetta una ragazza che sta per darmi un pargolo. E’ questo il mio unico pensiero, mentre da ore mi scorre davanti monotono e accecante, un panorama  quasi marziano, di certo preistorico. Mi  piacerebbe un bel maschietto, rimugino. Diavolo! Che combina quella bestia! Un tir ciclopico mi supera con arroganza e mi costringe ad una manovra pericolosa. Con tristezza ripenso al feto nato morto che mi è stato mostrato in clinica quella volta! Il primo parto di Elizabeth, andato a male. Qualcosa mi barbaglia davanti. Il sole! Il maledetto sole. Annaspo nel cruscotto in cerca dei miei occhiali scuri. OK! Ma c’è un altro sole dall’ altra parte…….! Due soli? Mi piego davanti al parabrezza per guardare meglio. Un cilindro  accecante simile ad un neon mostruoso levita in alto sulla mia testa. L’ avevo già visto al Barringer, giù al Meteor Crater. Ricordo che quella cosa si era alzata dal cratere. L’ avevo seguita per un po’, poi me ne ero dimenticato. Meteore! Avevo pensato. Scherzi della natura.

Sono stanco ed affamato. Mi conviene fermarmi alla prima stazione di servizio. Guardo la mappa. Per Santa Fè mancano pochi chilometri. La Rover comincia a salire.

Si scia bene da queste parti d’ inverno. Penso. Non manca molto per gli impianti di  Los Alamos, ecco i cartelli e i posti di sbarramento. Il sole è al tramonto in un cielo rosso fiamma. Di nuovo quelle strane luci!  Che diamine  sta succedendo! Piogge di meteore in un cielo di luglio? Una palla infuocata attraversa l’ orizzonte. Le macchine sfrecciano senza accorgersene. A parte un contadino dallo steccato di una vecchia fattoria al tramonto.  La cosa sta precipitando oltre la collina. Il contadino è scomparso, inghiottito dalla sua vecchia fattoria cadente. Per seguire le giravolte di quella stranezza  ho imbroccato una strada secondaria e pietrosa e del tutto deserta. Mi sento diabolicamente attratto da quella bizzarria. Le vado incontro verso le mura calcinate in alto  sulla collina. Dal finestrino entra un vento gelido. Questo tramonto è davvero strano! Raggi di luce e aurore rosate splendono oltre la collina. Tutto è deserto e stranamente silenzioso. Mi sembra di vedere una nebbiolina azzurrata che levita sulla  strada. La Rover si ferma, fa le bizze, scoppietta, arranca, non ne vuole sapere di andare avanti. Vicino c’è una vecchia miniera abbandonata, trave marce, carrelli arrugginiti, rotaie divelte, macerie, un ingresso scuro e inquietante. Le batterie sono andate! Maledizione e tre volte dannazione! Davvero strano! Mi guardo attorno, il sole è quasi  tramontato e in cielo le costellazioni cominciano a risplendere. Quello strano sfavillio di luci oltre la collina sembra essersi spento. Dalla vecchio villaggio abbandonato soffia un vento gelido. Mi avvio a piedi come chiamato da un appuntamento verso le prime case di legno marcito del villaggio. La nebbiolina bluastra mi scivola fra i piedi in modo repellente. Sembra uscita sinistra, vomitata fuori dalla marcita città fantasma dei cercatori d’oro. Ricontrollo la mappa alla luce della torcia. La Federale non dovrebbe distare molto, più in basso. Ma quel putrescente cadavere notturno di pietre e legno fradicio mi incanta come un vascello fantasma fra le tenebre. I mie passi risuonano secchi nel silenzio. Il fascio giallo della torcia illumina la fluorescente nebbia dentro cui affondano i miei stivali e le mie gambe fino a sparirvi. Ovunque assi divelte, finestre scardinate, vetri infranti dietro cui guizzano fiammelle aranciate come ceppi di camino, ombre, vortici di stelle, suoni e musiche. Passo davanti all’ insegna di un vecchio saloon. Mi giungono alle orecchie le note di una sgangherata pianola, le due bussole sbattono cigolanti sui cardini di ferro arrugginito. C’è gente dentro che fa baldoria.  Sul portico di legno risuonano i passi di stivali speronati. Alzo gli occhi verso i cielo, è pieno di stelle come non ne avevo mai viste. Un’ ombra scura l’ attraversa simile ad un vascello cosmico a luci spente. Sento lo scampanellio di migliaia di biciclette, simile ad un carillon galattico. Qualcuno mi chiama da dentro il saloon. Mi avventuro, entro, supero lo zoccolo e spingo i battenti. Dannazione! Dalle tenebre della sera alla luce di un impensabile paradiso! C’è un denso fumo di pipe e di sigari, gente che si diverte. Tutti indossano gli abiti impolverati  del vecchio West. Ci sono pellerossa, yankee, indios. Un prosperosa biondina acqua e sapone storpia una vecchia ballata agitando le piume di un vecchio cappello. Un pianista negro strimpella sulla tastiera e un barista al banco, un tipo baffuto e duro, mi invita a bere una bevanda verdastra che subito mi brucia maledettamente nello stomaco. Ne chiedo un altro bicchiere e poi un altro ancora, fin quando mi ritrovo a fare l’ equilibrista su due gambe incerte nuovamente sulla strada polverosa del vecchio West, ancora una volta con le gambe sprofondate in quel magma azzurrato.

E’ così che faccio la conoscenza del mio bizzarro amico  Hans Christian Andersen!

Perché io l’ abbia chiamato così, è presto chiaro. Steso sul bianco lettino di una clinica psichiatrica,  sono trascorsi diversi giorni dagli avvenimenti della collina. Il dottor Blockead, quel verme, dice di averci capito poco, stress, o forse i cattivi pensieri per la creatura nata morta, o forse quel maledetto sole del Colorado. Panzane! Il fatto è che sono stato trovato senza la più piccola coscienza, riverso sul volante della mia auto, alle prime luci dell’ alba quasi sul ciglio dell’ imponente cratere meteorico. E’ ciò che ha detto Tony Beaster alla polizia, il vecchio camionista che mi ha soccorso. Intanto Elizabeth  ha partorito un bel maschietto, grassoccio e latteo come un maialetto. Ho ruminato a lungo la faccenda  ed ho immaginato che il mio  marmocchio  sia nato proprio nell’ attimo in cui la cosa se ne ritornava nel suo  pianeta .Così ho finito per chiamare  Hans Christian Andersen anche lui. Il marmocchio ha gli occhi di un celeste impressionante ed è grande e grosso in modo inusuale. Ma andiamo con ordine. Robot, androide, alieno, raccapricciante creatura stellare, paradossale viaggiatore galattico, feci la sua esaltante  conoscenza proprio in quella notte di prodigi. Tutta quella fantastica baldoria di quella magica notte di luglio che mi si confonde in testa,  oggi qui in clinica fanno  di tutto per farmela dimenticare.

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Eccomi malfermo sul buio  sentiero azzurrato, attratto lì dalla maledetta città senza nome, dopo avere mandato giù diversi bicchieri, quanti non saprei, di quell’ intruglio verdastro del barista coi  baffoni e dal sorriso sinistro. Ricordo che anche lui aveva assunto il colore di quell’ intruglio bomba. Tutto però qui , nella clinica di San Francisco, mi si confonde nella testa. E’ certo, lo giuro, che dentro quella stomachevole nebbia, in una notte senza tempo, fra le carcasse marcite di una città fantasma, sotto un codazzo di stelle a nozze, sopra una collina del tutto solitaria e abbandonata, vidi…..C’è da uscire davvero matti…Bè gente, devo pur dirlo! Vidi…un bisonte!

Sgranai  gli occhi, come se la luce di tutte quelle stelle non fosse sufficiente a farmi notare  l’ assurdità della cosa. C’era davanti a me un gigantesco paio di corna, arcuate come un croissant lunare, che si allungavano da  un gigantesco cranio taurino e lanuto come un bufalo delle praterie, un fantastico incrocio tra un mammut e un dinosauro. Splendeva nella notte come un idolo antico, totalmente coperto da una lanugine rossiccia. E come se non bastasse, cosa da  farmi cadere a terra stecchito per la meraviglia, sulla sua groppa maledettamente alta, troppo alta per essere di questo mondo, se ne stava appollaiato come un principe indiano una creatura davvero singolare e beffarda, ma  anche dolce ed in estasi come un guru in meditazione. Per prima notai il suo buffo cilindro, più alto che largo, e dalle sue strette falde uscivano ciuffi di capelli argentati pieni di giocosi luccichii. E sotto quel cappello c’era il  viso più strano che avessi mai visto, una faccia bianca e luminosa come la luna o come un neon. Più tardi quando potei guardarlo senza quel buffo cilindro vidi che aveva una fronte arcuata, la fronte più grande che avessi mai visto, che cadeva a strapiombo e sul cocuzzolo leggermente a punta riposavano in disordine  ciuffi di capelli nivei e argentati. La faccia in basso terminava con un piccolo mento quasi infantile, da bambino, e un nasetto altrettanto piccolo ed infantile arrossato come una ciliegia. La sua bocca era una fessura lunga  e curva che dava al volto l’ impressione di un eterno sorriso. Due piccole lenti rotonde, scure e impenetrabili ne nascondevano gli occhi.

Quel  coso  dal nasetto da Biancaneve sembrava uscito da una pagina di Dickens, anche per l’ abito assolutamente inconsueto e fuori tempo. Dei pantaloni aderentissimi tornivano una coppia straordinaria di gambe da trampoliere e che nella posizione in cui si trovavano si attorcigliavano come serpenti. Avrei giurato che fossero prive di scheletro, elastiche come il corpo di un topo. Anche se quei pantaloni a scacchetti lo facevano somigliare al filosofo Kierkegaard, ben presto mi  accorsi che tutto quello che vedevo era in realtà qualcosa d’ altro! Dai pantaloni stretti alle caviglie usciva un paio di calzini buffi e multicolori. Ma quelle paia di scarpe era impossibile dimenticarle! Anzi, fu la prima cosa che mi si presentò davanti agli occhi della mente quando imbottito di tranquillanti mi svegliai nel lettuccio bianco della clinica a San Francisco, fra medici che mi guardavano con facce beffarde e incredule. Erano scarpe grandi, rotonde, più simili a racchette da neve, che a scarpe da tennis, ma di queste ne avevano l’ elasticità, sembravano un singolare incrocio fra una scarpa da tennis e una calzatura di astronauta. E che dire della giacca? Una vecchia palandrana bisunta, una finanziera lunga e d’ altri tempi, un cencio raccattato chissà dove! Aderiva al busto strettamente come i pantaloni, e il busto sembrava un tozzo cilindro corto rispetto ai trampoli. A raccontarlo ho rischiato di fare ammattire per davvero i pazienti della clinica!

In quei mesi di forzata inattività, nella Stanza 28 della clinica Riposo Sicuro, ho sempre rimuginato sui frammenti a flash di memoria di quella incredibile notte, estratti a fatica da una mente addormentata dai farmaci e dalle chiacchiere dei medici. Spesso ne ho parlato con Blockead e la sua infermiera, strappandogli risolini di compiaciuta superiorità. Ma quando gli ho presentato condita alla meglio, come un piatto prelibato,  la storia delle nubi e del cilindro, allora e solo allora mi hanno schiaffato  sulla faccia un sarcastico disprezzo che mi ha costretto a richiudermi nella mia conchiglia come un’ ostrica strapazzata.

Fu forse quell’ intruglio bevuto quella notte in quel saloon sgangherato fra gli allegri fantasmi di  una città defunta, ma vi assicuro che attorno a quel cilindro incredibile sulla cui vera natura ho più volte fantasticato, levitava una soffice nuvoletta che alla luce dell’ alba nascente mi parve di un delizioso color rosa pesco, uno sbuffo di nuvole  simili a quelle  che circondano  i visi paffuti  dei rosei amorini settecenteschi nei quadri dei nostri venerati maestri. Avrò modo di far notare come  quella delicata nuvoletta si comportasse da autentica nube, rabbuiandosi e schiarendosi, e persino  generando vistosi scrosci temporalizi, con piccole saette  argentate , e rapidi lampi che esplodevano e si scatenavano, secondo gli umori di quel cappellaio impossibile o di quel rigattiere intergalattico. E aggiungo che le poche volte che ho visto Hans assopito, la nuvoletta è scesa nascondendolo teneramente e beatamente!

………continua

©All rights reserved. salvogagliardoproduzione. 1999-2009.

 

 

Se a qualcuno interessa l’ intero racconto o addirittura l’ intera trilogia di racconti fantastici non ha che da  contattarmi nel  sito Fantastikalbi,  o inviarmi una sua email al mio  indirizzo di posta. Grazie e Buon  Natale.

info@fantastikalbi.it

fantastikalbi@yahoo.it

 

 

 

 

 

 

I ragazzi venuti dal nulla.Volo di Ricognizione.

lunedì, 2 novembre 2009

 

Albi di FantastiKa

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Cari lettori la  comparsa quasi miracolosa di strane creature in città e villaggi, creature venute dall’ altrove  e poi altrettanto misteriosamente scomparse è un tema affascinante per gli  scrittori di letteratura fantastica, ed anche se non sono in molti ad averci lasciato  qualche  gemma  narrativa a riguardo, è un tema che troviamo in modo più o meno esplicito, più o meno diretto in molte pagine della storia di questa singolare quanto affascinante  letteratura. Anch’ io ho voluto cimentarmi e Vi offro un breve racconto ambientato negli Stati Uniti e che tratta proprio di una di queste strane apparizioni che coinvolgono il vecchio Bull Mc Cohl in una storia oltre i confini della realtà. I più informati vi troveranno echi diversi, ed essendo la storia dedicata al genio di Ambroce  Bierce, echi  dei suo racconti fantastici, ma come non pensare alle straordinarie  schede di fatti insoliti ed incredibili, sicuramente dannati  dell’altro grande americano dell’insolito e del bizzarro che fu Charles Hoy Fort. E qui in dettaglio fra gli extra Vi offrirò anch’io una scheda singolare dedicata ad un caso che è rimasto nella storia di fatti incredibili e fantastici e che  riguarda il giovane Caspar Hauser. Ma ora buon proseguimento e grazie.

 

Il Giovane Jordan

racconto fantastico di

Salvo Gagliardo

 

 

Parte prima

 

Jordan.  Così l’aveva chiamato subito  il vecchio Bull  quel giorno del Giudizio, quando se l’era trovato davanti, allampanato, e fradicio d’acqua come un uccello marino che le onde avevano strapazzato per bene; con gli occhi tondi, grigi ed atterriti,  con l’aria di uno che viene da un altro mondo, e con tutto il  corpo che tremava come se gli avessero ficcato dentro   dei fili elettrici ad  alta tensione. Infatti  diluviava a St. John City, e lassù sulla Valle del Corno col velo d’acqua che diafano lasciava  scorgere  il cupo  della fitta foresta. La segheria di Bull Mc Cohl  era ficcata nel fondo di quella selva boscosa, ed era più facile che d’inverno vi nevicasse piuttosto che vi piovesse, come invece stava facendo abbondantemente e  da ore. Venivano giù chicchi di grandine grossi come nocciole, quando attraverso il  velo d’acqua si materializzò quello all’ improvviso  come uno spettro. Il cielo era  dilaniato  da potenti fulmini, e tutto questo aveva messo  a disaggio il povero  Bull abituato a ben altri terrori. Bull  Mc Cohl  lassopra  lo conoscevano tutti nel raggio di cinquanta miglia. Paterno,  grande ,e  ancora robusto malgrado i suoi settant’ anni, era  di modi bruschi  ed avvolte violenti, ma rotto il ghiaccio o quando si concedeva una buona bevuta, era cordiale ed allegro  e ti faceva coraggio se qualcosa ti andava storto. Di certo non era di cuore tenero, e sul lavoro era duro e severo con tutti, altrimenti non avrebbe potuto  governare  quella segheria  nel fondo  della foresta e con gente di ogni tipo assai spesso ben lontana  dal modello di gentiluomo di città. Che Bull fosse prudente lo dimostrava il Winchester  appeso al chiodo della casa di legno che si era costruito con le sue mani. Ed anche la vecchia Colt  che portava sempre con sé come una fedele compagna. Ma per i ragazzi  aveva occhi e chi voleva rigare diritto o massacrarsi di lavoro, da lui di certo  trovava pane per i suoi denti. Sulla  Valle del Corno, si era combattuta  una storica battaglia al tempo della Guerra Civile, il sangue aveva arrossato  il Blue River che scorreva più in basso  a tre miglia dalla segheria. Da giovane Bull si era arruolato nell’ esercito del generale  Lee e a guerra finita la sua mano  aveva stretto quella del Presidente Lincoln. Poi era partito per l’ Ovest. A quel tempo Mc Cohl  aveva una magnifica moglie, Ruth ed un figlio di sedici  anni, Jordan. Ma Ruth e Jordan erano stati orrendamente  trucidati dagli indiani shoshoni  un giorno che Bull era andato   fuori a pascolare la mandria. Era stato il colpo più brutto della sua vita e da cui  non si era mai più ripreso. Tornato a St. John City aveva messo su la   segheria e si era costruita quella casa di tronchi di quercia nel cuore della foresta. Ora era un vecchio stanco  con gli occhi azzurri appesantiti. La sua  faccia grande e solcata da  rughe mostrava  le durezze della vita ed ancora i capelli portavano traccia dell’antico colore  rosso.

 

-E tu chi sei?

 Gli aveva  urlato sotto la tettoia che faceva grondare acqua a secchiate. Uno dei cani s’era messo a ringhiare ferocemente.

-Buono Lou !

Gli aveva gridato. L’occhio azzurro del vecchio studiò con attenzione la strana figura dai contorni sfumati dal velo  della fitta pioggia. Era alto quanto lui, e Bull era nettamente al di sopra della media. Era però straordinariamente magro e si allungava stranamente  come un asparago  sotto l’ intensa  selva di fulmini che ramavano il cielo senza pietà, standosene in piedi muto  a ciondolare fra le   violente raffiche di vento gelido.

- Ragazzo, ti conviene entrare se non vuoi prenderti un malanno !

Con  l’ odore di  terra bagnata e di ozono bruciato, c’era quello inconfondibile dei tronchi scuoiati, dei trucioli e della resina. Dentro si sentiva il suono delle seghe che lavoravano incessantemente. Nella segheria lavoravano una decina di persone, ma in quel momento ce ne erano solo cinque. Lo strano ragazzo apparso quasi per stregoneria  sembrò al vecchio che cercasse di dirgli  qualcosa aprendo grottescamente la bocca, e gli ricordò subito  un pesce, ma da quella bocca non ne venne fuori  nulla. Il giovane aveva gli abiti a brandelli  inzuppati d’acqua che gli ruscellava addosso copiosamente.

- Che ti è successo, ragazzo!  Da dove vieni, come ti chiami?

E Mc Cohl  gli allungò un bicchiere di acquavite. Ma quello lo ignorò. Guardava ogni cosa con uno sguardo assente che metteva i brividi.  Da una porta all’interno era entrato il piccolo Mike Durrell  scamiciato e  tutto sudato per la fatica. Stette  anche lui a fissare quello strano tipo fermo, allampanato e funereo sulla soglia, la faccia eccezionalmente sottile con qualcosa di malato; a Bull gli ricordò un cugino che soffriva di epilessia. Infatti per un attimo  temette che gli cadesse davanti stecchito e che cominciasse a scalciare come fanno in genere gli epilettici. Pensò che non  doveva avere più di vent’ anni. Quel tizio  cominciava a dargli impressioni a valanghe e per niente piacevoli sebbene continuasse a starsene zitto come un pesce fuori dall’acqua.

-  Cerchi  lavoro, ragazzo?

Continuò a stuzzicarlo  Mc Cohl che si sentiva perdere la pazienza.

- Non devi essere di queste parti. Qui conosco tutti

E Mc Cohl continuò a fissarlo   dal basso in alto sentendo a pelle  l’ arrivo di rogne sicure. Per questa roba aveva un sesto senso. Poi stufo di fare anche lui l’ allampanato istupidito dalla meraviglia, gli tirò addosso uno strofinaccio sporco.

-Comincia a toglierti un po’ d’acqua d’addosso se non vuoi prenderti un malanno, ragazzo

Gli disse. Quello allungò in modo grottesco, così parve a Bull, le sue lunghe braccia ed afferrò lo straccio. Fuori si stava scaricando una salve di fulmini, ed uno doveva essere caduto proprio  vicino  la  segheria. Da una finestra si vide un forte bagliore ed un boato fece tremare il capanno. Bull come già detto non era una connetta  impressionabile, ma quello spettro fermo sulla soglia mentre i fulmini lo rischiaravano sinistramente lo faceva stare male. Anche Mike Durrell appariva  inquieto, poi  uscì di nuovo dalla porta ad un segno di Bull e ritornò al lavoro. Davanti a quella faccia cerea ed a  quel tremore del corpo, nella mente del vecchio  tornarono i brutti ricordi, quei ricordi terribili che non volevano andar via. Era appena sgroppato da cavallo, e Ruth e Jordan se ne stavano lì, fra le travi ancora brucianti della casa, tutto quello che restava della fattoria, col corpo quasi del tutto carbonizzato  ed chiaramente  scotennati, dentro  chiazze  di sangue ancora fresco. Quello continuò ad asciugarsi meticolosamente ed in silenzio non curandosi delle cattive condizioni dello strofinaccio e senza pronunciare una sola  parola, con gesti automatici  che davano i brividi. Intanto fuori erano smontati da sella sotto l’ acqua due uomini che subito erano entrati nel capanno. Uno era guercio e con una visibile cicatrice sulla guancia. L’altro più giovane aveva un’aria sprezzante e ghignante. Stavano portando dentro della roba.

- Salve Bull

Disse il più anziano, quello con la cicatrice.

-Scusaci se abbiamo fatto tardi. Con  questo tempaccio ci siamo fermati a St John. Ti abbiamo preso  ciò che hai chiesto

-Okay Sam

Disse Mc Cohol.

-Ora tornatevene  al lavoro. Vi raggiungo fra poco

 I due uscirono dalla stanza e lasciarono Bull solo con lo straniero.

-Okay ragazzo, ora devo andare. Mi sembra che  stai  meglio. Ti auguro in bocca al lupo. Ti consiglio però di mandare giù un po’ di quel  wiskie

E Bull indicò la bottiglia piena per metà sul tavolo. Poi allungò la mano nodosa sul giovane, cercando di stringergliela amichevolmente. Ma la ritrasse subito con una smorfia.

- Beh! Allora buona fortuna!

Mc Cohl si congedò voltandogli le spalle e sparendo per la porta. Il giovane restò solo.

 - Ei Bull, ma chi era?

Mike Durrell era dietro ad una grossa sega fissa ad un tavolo e su cui stava scorrendo un tronco voluminoso. Gli altri erano attorno. Era trascorsa mezzora da quando Mc Cohl  aveva lasciato quel giovane fermo in piedi  davanti alla finestra come uno stoccafisso ed era entrato nella  stanza dove  i suoi  ragazzi si davano da fare attorno alle macchine per segare e  tagliare.

-E’  ancora  dentro!

Aggiunse Durrell fissando  Bull col suo unico occhio.

-Se ne sta solo in un angolo

Disse il suo compagno con cui era giunto al capanno.

-Ah!

Mugugnò come se riflettesse , il vecchio. E aggiunse.

-Se cerca lavoro per il momento non ne abbiamo. Glielo vai a dire tu, Mike?Okay? E digli anche di filarsela alla svelta. Se ha fame, dagli qualcosa da mangiare. Ma non allungare il becco di un centesimo. Okay  Mike ?

- Puoi contarci, Bull!

Ah, Mike. E niente risse. Portati Sam  e fallo sloggiare alla svelta, se è possibile con le buone, quel tipo porta rogne come la morte, lo sento

Durrell  rientrò dopo un quarto d’ ora.

-Bull, quello  sta davvero male. Non mi sembra che sia diretto da qualche parte, e fuori sta diluviando come non ho mai visto

-Che il diavolo se lo porti

Grugnì il vecchio.

-Okay, ora ci parlo io

 Aggiunse ed uscì.

- Ragazzo, si può sapere che satanaccio hai dentro?

Gli disse subito. Il giovane continuava a non spiccicare una parala, fermo, immobile davanti ad una finestra.

- La vuoi aprire quella maledetta boccaccia? Vuoi dirmi chi cavolo sei e da dove vieni?

Il ragazzo continuava  a tremare come una foglia mentre fuori si era scatenato l’ Apocalisse. Bull ritrovò il suo sangue freddo, e si accese la pipa. Ora guardava il ragazzo di sbieco come se temesse che quella cosa sparisse improvvisamente così come era apparsa. Non era superstizioso, ma quello gli ricordava la morte. Ricordò Ruth che gli chiedeva se Jordan stesse male. Fu preso da tenerezza e melanconia. Glielo aveva chiesto con le lacrime  agli occhi quella volta che Jordan si era buscato un febbrone da cavallo.

-Okay, figliolo!

Aggiunse guardandolo in faccia.

-Se non vuoi dirmi chi sei e da dove vieni, resta pure. Non ti chiedo  più niente. Puoi aspettare che spiova, e non voglio sapere nulla di te. Non dirò niente allo sceriffo. Ma sappi che i ladri non vanno giù al vecchio Bull Mc Cohl. Perciò se ti salta qualche cosa  di bacato nel cervello, i ragazzi là dentro non esiteranno a farti a pezzi. Okay?

Ma l’altro non rispose, con gli occhi fissi al  pavimento. Per  un attimo a Bull parve che quelle occhiaie  strane fossero  vuote! Un fulmine squarciò l’ aria  e fece tremare la stanza.

………………………………………………..continua

 

 ©produzione salvogagliardo.tutti diritti riservati.

 

Albi di FantastiKa

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Gentile lettore, è giunto il momento del brivido e nei  i miei Albi di FantastiKa  le storie del brivido sono stata raggruppate nella rubrica da me ideata, Shining.Il nome richiama subito Steven King ed il film omonimo di Kubrick. Senza volermi minimamente paragonare a questi giganti del mondo fantastico, ti offro una storia immaginata ed ambientata  nel Vietnam durante la pur nota e disgraziata guerra. Pochi riferimenti agli ultimi fatti  drammatici della quotidianità dato che il racconto breve di circa 2600 parole è stato concepito e scritto nel lontano 1991. Nessun desiderio di competere coi capolavori che hanno trattato questo tema, da Kubrick a Coppola, per me il disgraziato conflitto in Estremo Oriente è servito solo da spunto per tessere una storia fantastica con molti temi propri di questa letteratura. Naturalmente vi potrai trovare suggerimenti e suggestioni che si rifanno al bel film di Ridley Scott: Predator con Arnold Schwarzenegger e alla sua terribile creatura giunta dallo Spazio. Sia quello che sia, la storia che ti presento è come puoi tu stesso  vedere , divisa in due parti, una per così dire oggettiva e cronachistica, l’altra scritta secondo un rapporto altamente confidenziale fatto da un militare americano ai suoi superiori in capo riguardo a dei fatti terribili e fantastici avvenuti in piena giungla. Cosa ha distrutto centinaia di vite e seminato il terrore non lo so neanche io che la storia l’ho scritta, forse il risveglio di una creatura appartenente ad altri mondi, forse un alieno sceso da qualche tempo sul nostro pianeta, più probabile à che si tratta di una creatura che la guerra coi suoi  orrori  ha fatto generato e fata crescere mostruosamente. Ah, dimenticavo di dirti che se  sei un appassionato dei racconti dello scrittore americano HP.  Lovecraft vi potrai trovare qualche chiaro richiamo. Ed ora buona lettura.

 

 

©salvogagliardoproduzione.2005- 2010.All rights reserved.

 

Volo di Ricognizione

racconto fantastico di

Salvo Gagliardo

© Salvo Gagliardo 2005.

All rights reserved

Ideazione,scrittura ed impaginazione di

Salvo Gagliardo. Su testo del 1991.

 

 

Parte prima:

Volo 66

 

Saigon. Era una giornata calda ed asfissiante, umida e nebbiosa, quella che si levò  sulle foreste lussureggianti e i villaggi della Cocincina  la mattina del  5 agosto del 1969; Nixon era Presidente e l’America era sbarcata sulla Luna. Alcuni  contingenti dell’esercito degli Stati Uniti si preparavano  ad evacuare le impervie   regioni del  Vietnam.Quella notte a nord c’erano stati bombardamenti a tappeto.  Tutta la foresta era in fiamme. A Saigon corse voce  che i vietcong erano entrati  nella Cocincina per il  fiume Mekong. Il cielo minacciava forti temporali monsonici. Al Campo 32 di Cholon il capitano  McClaren aveva ricevuto  una comunicazione da Saigon, bisognava subito  tenere pronto per le 10,30 un ricognitore da mandare nell’Annam sull’altopiano di Viet-Lo. Obbiettivo: una veloce  perlustrazione aerea della Foresta di Dien Quoc e della  Montagna di Catskill. McClaren l’aveva passata al capitano Willard, e questi, dopo avere scelto  l’aereo e l’equipaggio, aveva atteso l’ OK del generale  Coleman,  comandante in capo del Campo 32. Il  soldato  Stein Mazurski, aveva ricevuto l’ordine di prepararsi al volo 66 per le 9,20. Il suo compagno di branda, il  sergente Norman Low da parte sua aveva ricevuto il non se ne fa nulla ed al suo posto sarebbe partito il tenente Samuel Jordan.Low ne fu felice. Non gli andava quella mattina di farsi ammazzare da qualche sporco vietcong, da un maledetto  charlie. Doveva ancora scrivere la sua  lettera a Rose,  in California. Gli altri della missione furono: il soldato Oskar Mezen, il fotografo Pigalle, il tenente Jo’ Siciliano, i piloti Dan Capa ed Antony Zavattaro. A missione avvenuta, l’aereo sarebbe atterrato oltre le montagne di Ngoi An Li. Dove  avrebbe sbarcato sette dei tredici uomini in tutto. Sembrava che sulla montagna  di Catskill, era quello che Low era riuscito a sapere da Mazurski, c’era qualcosa  di strano, di molto allarmante, si mormorava che i  charlie vi avessero  fatto esplodere un’atomica, ma erano solo supposizioni, voci ancora non controllate.  Fatto sta che la notizia aveva  eccitato i ragazzi del Campo. Una potentissima esplosione nella foresta di Dien Quoc aveva mandato in tilt i sistemi di controllo americani. Però nessuno  aveva detto né al capitano Davide Primrose, né al tenente Johnni Moreno, né a tutti gli altri dell’equipaggio, che a Saigon erano state intercettate comunicazioni dei rossi altrettanto preoccupate e concitate. Dalle montagne di Ngoi An, l’aereo sarebbe poi ripartito per il Tonkino, per fotografare dall’alto alcune dighe e linee ferroviarie dei vietcong.

 Il Jaguar  metallico decollò in perfetto orario, alle 10,25, dalla Base Aerea di Big Chariot, vicino Cholon.

 

Il bimotore grigio e verde attraversò le pesanti nuvole temporalizie, rosse e cariche d’acqua. Nessun problema per il primo pilota Dan Capa e per il secondo Anthony Zavattaro, almeno fino alla fitta foresta di Bien Ho. La giungla in basso continuava a bruciare vistosamente  con alte  fiamme arancioni e fumo. Lo spettacolare Yat Cong si alzava solenne  col suo  cono marrone di 1700 metri,  e la cima totalmente coperta di giungle. Raffiche di proiettili attraversarono  all’improvviso il cielo carico di nubi e dissero a Dan Capa che erano stati scoperti. Il Jaguar superò le cime del Ngoc An, ed apparve subito , nella maestosità dei suoi 2000 mila metri, la montagna di Catskill, circondata dal verde intenso della foresta  di Dien Quoc. Zavattaro comunicò a Cholon che erano arrivati, Cholon chiese che cosa stava osservando, Zavattaro rispose che la strumentazione era assai  disturbata, che c’era uno singolare ed intenso  campo magnetico, che le bussole di bordo non funzionavano e che uno strano chiarore si vedeva sul versante destro della montagna.  Dentro la fusoliera  del Jaguar i ragazzi cominciarono a dare segni di evidente nervosismo. I due vietnamiti dell’equipaggio si erano messi ad urlare che bisognava tornare indietro, che sarebbero morti tutti, e che un dio malvagio li stava aspettando sul Catskill. Il francese Pigalle cominciò a litigare con  il cubano  Moreno, ed il sergente Jordan imbracciò il mitra ringhiando contro qualcosa in agguato. L’ aviere  Leonard Bac si mise   inspiegabilmente a tremare.

-Che cazzo sta succedendo là dietro!

Urlò Capa nella cabina di pilotaggio. Poi una gigantesca sfera di fuoco si alzò dalla giungla di Dien Quoc.

-Cristo!

Gridò Capa, vedendosela venire addosso. A Cholon ricevettero in frammenti le sue ultime parole.

-Che diavolo!….Qui Volo 666…C’è qualcosa la sotto, ragazzi!…Incredibile…Ma che!

Poi più nulla.

 

 

Alle 20,45 i radar della Base di Big Chariot segnalarono un aereo in rientro. Era il Volo 66 che atterrava a luci spente e nel più completo silenzio radar, fatta eccezione per la voce rauca ed irriconoscibile del secondo ,Anthony Zavattaro, che disse.

Jaguar,Volo 666. rientro a base. Sto atterrando a luci spente. Ho difficoltà di manovra. Chiedo il pilota esterno

Il  pesante bimotore ballò per un po’  nella densa  foschia piovigginosa della sera. spense i motori e restò inerte, cadavere  sulla pista. Low l’aveva visto scendere come una carcassa morta, ed ebbe un brivido per la  schiena. Gli parve che l’aereo fosse totalmente ricoperto da una pellicola grigiastra  e gelatinosa che colava giù lungo i fianchi della  fusoliera. Da dentro non giungeva alcun segno di vita, gli sportelli dell’aereo non si aprirono. A distanza molto ravvicinata Low poté osservare che il Jaguar era veramente ricoperto da qualche sostanza grigiastra, sembrava acqua congelata e sporca mista a qualcosa di mieloso. Ma le sorprese non finirono  , perché quando gli uomini si fecero strada all’interno,  compreso il sergente Low, c’era un buio pesto,<< un buio assoluto>>, avrebbe detto più tardi il sergente, con una specie di nebbiolina azzurrastra ed eterea che levitava ovunque. Ma Low e gli altri sentirono subito il nauseante puzzo  di un macello. Alla luce delle torce, lo spettacolo fu più orrendo e scioccante, c’erano ovunque corpi umani orrendamente straziati. Le pareti erano imbrattate da grosse macchie di sangue ancora fresco. Low cominciò a vomitare, altri abbandonarono l’aereo colti da malore. Tutta Big Chariot fu immediatamente  sottosopra. Arrivarono il generale Greeves ed il generale Coleman. Nella cabina di pilotaggio il corpo di Dan Capa era completamente spiaccicato contro la parete come un passero morto schiacciato. Il secondo Anthony Zavattaro era ancora  vivo e guardava   inebetito con gli occhi vitrei e spenti, tutto raggomitolato nel suo posto di guida. Cercò di alzarsi, ma cadde a terra, sarebbe morto un’ora dopo all’ospedale  di Cholon. Chiuso nel gabinetto dell’aereo fu trovato il vietnamita Van Gu, l’unico totalmente illeso. Ma la sua faccia ed i suoi occhi dissero subito a Low che quell’uomo era completamente pazzo. Fu subito afferrato con forza  e bloccato, perché si era messo ad urlare e a dimenarsi come un ossesso. Dovunque sparsi a terra per la fusoliera c’erano i bossoli degli uomini, sparati all’impazzata dappertutto. Le pareti erano tutte scheggiate e bucherellate. Ma Low  col  puzzo nauseante e riconoscibile  del sangue ancora fresco,  sentì con chiarezza l’odore pungente ed irritante dello zolfo. I cadaveri portati via furono riconosciuti con molta  difficoltà, L’aereo fu messo in quarantena. Sulle pareti esterne del Jaguar vennero  trovati strani segni come se l’aereo fosse stato stretto ed unghiato  dagli artigli d’acciaio di un gigantesco  uccello mostruoso. Mancò all’appello soltanto l’altro vietnamita dell’equipaggio, Dan Nien. Fatte le prime supposizioni fu  nominata una Commissione di Inchiesta che cercasse di spiegare quella cosa  incredibile e mostruosa. Ma alla fine il caso fu  archiviato come non risolto, e chiuso nelle segrete memorie del Pentagono a Washington.

Il 30 aprile del 1975 Saigon fu riconquistata dai nord vietnamiti e gli ultimi americani lasciarono il Vietnam del sud.

 

 

Parte seconda

Io Norman Low

 

Rapporto al generale  Erwin Monty, Stato Maggiore dell’US Air Force, Pentagono,  dell’ex  tenente dell’Aviazione degli Stati Uniti d’America Norman Low. Ufficio Inchieste e Ricerche, Washington.

 

 

<< Io Norman Low, ex tenente dell’US Air Force, in attività   a Saigon negli anni tra il 1967  ed il 1975, fui sbarcato col contingente 79  nel Vietnam del sud nell’aprile del 1967, e subito assegnato al Campo Z32 di Cholon.

Sono nato a Springfield, Colorado, nel dicembre del 1945, e sono entrato nell’US Air Force come semplice aviere, nel 1964. Nel 1967 fui mandato in Vietnam col grado di sergente maggiore . La nomina a tenente  l’ho ricevuta solo  nel 1976, un anno dopo che le nostre truppe avevano cominciato ad evacuare  Saigon ed il Vietnam.

Ho conosciuto personalmente gli uomini, in tutto 13, del Jaguar 372, il Volo 666 , un bimotore da guerra mandato in missione esplorativa sulla foresta di Dien Quoc e la Montagna di  Catskill, compresi i due vietnamiti, Dien Non e Van Ngu. Con l’operatore fotografico francese Auguste Pigalle e il secondo pilota, Antony Zavattaro dell’Us Air Force,sono uscito  più  volte in missione rilevativa.

Quella mattina del 5 agosto 1969 fui convocato dal capitano Willard per un volo di ricognizione nel Vietnam del nord, il Volo 66, ma venni sostituito all’ultimo momento, per motivi che non mi furono mai del tutto spiegati. Correva voce che qualcosa di grave stava accadendo a Trun Bo,   nella foresta di Dien   Quoc, su nell’Annam. Si parlava di un virulento attacco dei viet  di Min Chu, kmer rossi arroccati sull’Altopiano di Viet Lo. Ma i pareri erano discordi per certe intercettazioni fatte dai nostri a Saigon.

Il Jaguar decollò alle 10,25 DA Big Chariot ed assistetti personalmente al suo rientro a Base dopo 9 ore di volo, alle 20,45 ora di Saigon. Come ho già testimoniato davanti alla Commissione di Inchiesta del generale Reder, l’aereo visto da fuori sembrava del  tutto normale, a parte la strana pellicola di brina o di altro che lo ricopriva interamente. Atterrò  con evidente difficoltà così che si dovette pilotarlo da fuori, lo pilota aveva chiesto la guida esterna. Entrai con gli altri nell’aereo e vidi i corpi dell’equipaggio orrendamente dilaniati così da avere difficoltà a riconoscerli. Nella cabina di pilotaggio, il secondo era ancora vivo, sembrava gravemente ferito, perse subito conoscenza. Vidi che portavano via il vietnamita Van Ngu che aveva manifestato evidenti segni di follia aggressiva. Più tardi seppi che mancava all’appello Dien Non ,l’altro vietnamita dell’equipaggio, Dentro il Jaguar c’era un vero carnaio, ovunque il puzzo nauseante e riconoscibile del sangue ancora fresco, ma c’era dell’altro, vi sentii infatti l’odore pungente ed irritante dello zolfo. A terra erano sparsi bossoli di vario calibro e le pareti erano vistosamente macchiate di sangue e profondamente segnate. Lasciai l’aereo che venne affidato alla Squadra Speciale Rilievi. I risultati dell’inchiesta furono tenuti segreti ed io partii per Da Nang.

Nel 1975 presi parte alla resistenza del Mekong e fui variamente impegnato, fino alla conquista di Saigon ed alla presa di Cholon da parte dei nordvietnamiti. Gravemente ferito  in uno scontro, tornai negli Stati Uniti, e rimasi nell’US Air Force col  nuovo grado di tenente, assegnato agli Uffici della Difesa a Washington, e alle dirette dipendenze del generale di Stato Maggiore Olindo Lee. Nel 1978 mi congedai  e misi in piedi  una piccola attività commerciale in proprio con alcuni Paesi del Sud Est  asiatico, in particolare col Vietnam, la Thailandia e la Birmania. Finché ricevetti la telefonata del generale Erwin  Coleman, mio diretto superiore a Saigon, che mi chiedeva di recarmi nel Vietnam per approfondire alcuni punti dell’indagine sul Volo  666 che era stata riaperta in quell’anno. Secondo Coleman c’era qualcosa in quelle giungle di Annam, nella regione di Dien Quoc  la cui natura era oggetto della massima segretezza. Si era arrivati  alla conclusione che uno dei 13 dell’equipaggio fosse impazzito nell’aereo e che avesse ucciso gli altri, sia che fosse stato Van Ngu, Anthony Zavattaro o Dien Non, o tutti e tre insieme, o anche uno qualsiasi dei 13. Fu questa la versione ufficiale ufficialmente accreditata, con cui la Commissione Reder  chiuse e suggellò il caso. Ma io l’avevo scartata. Infatti era impossibile che quel tipo di lavoro potesse essere stato fatto da uno o anche da più persone insieme, anche se in possesso di  armi molto potenti e  distruttive, come lo erano  quelle degli uomini del Jaguar. Restavano  da spiegare i disturbi alla pelle che io e gli altri che erano entrati  con me nell’aereo,  riportammo. E inoltre, nessuna spiegazione meccanica poteva risolvere l’enigma degli strani segni trovati per esteso sulle pareti esterne dell’aereo. E verso chi  o cosa erano state sparate le raffiche a mitraglia dei  proiettili i cui bossoli erano sparsi ovunque   dentro la fusoliera?

Per non parlare della follia di Van Ngu.Sono stato a trovarlo nel suo villaggio di Dan No, Van Ngu vive oggi con la madre. Il padre è morto durante la guerra. L’ospedale psichiatrico di Saigon l’aveva dimesso, e la madre se lo era portato a casa. Era stato duramente interrogato dagli americani che poi lo abbandonarono nel Nam Bo quando i Viet entrarono a Saigon. Il Tribunale di Guerra degli Stati Uniti non lo aveva riconosciuto colpevole dell’assassinio degli 11 uomini. So per certo che fu torchiato anche dai rossi, e che è stato a lungo  torturato. Ora è solo una larva. So che agenti dei Servizi Segreti   del mio Paese lo hanno  tenuto segregato recentemente per diversi giorni e nascosto al nuovo governo vietnamita. Evidentemente il disastro del Jumbo  cinese del 1984 ha messo in movimento un bel po’ di gente. Come ho detto, conoscevo molto  bene Van Ngu così da non riuscire a riconoscerlo quando l’ho rivisto. Sono certo che è del tutto pazzo. A Washington nel 1976 sono riuscito a dare un’occhiata al suo incartamento. Allora ero ancora impressionato dagli strani eventi. Dan Capa, Oskar Mezen e Jan Mizar erano stati miei amici prima che partissimo per il Vietnam, ed Auguste Pigalle, il fotografo francese lo avevo conosciuto a New York. Van Ngu disse davanti alla  Commissione, a Saigon, che sull’aereo c’era il diavolo, Fun Bat, una divinità del male, un dio o una dea della montagna che può trasformarsi in dio dell’aria e in un mostruoso pipistrello, e a cui attribuiva anche se confusamente il rapimento di Dien Non. Il fascicolo che riguardava Van  Ngu alla fine   ipotizzava una strana   creatura non meglio  definita. Così rimasi stupito ed eccitato dalla notizia datami dal generale Coleman, che il cadavere di Dien Non era stato ritrovato, orrendamente dilaniato ed appeso ad un grosso albero nella foresta di Dien Quoc, non lontano dai resti del Jumbo cinese precipitato.

Tornai a Cholon per incontrare Yen Tzu, un commerciante cinese  di yuta che conoscevo bene  e che mi aveva parlato dei demoni della foresta che secondo lui infestano da molti anni il Trung Bo. Yen Tzu una notte, prima che il Jaguar decollasse, mi aveva narrato una strana storia, una storia bizzarra che gli era stata raccontata da un cugino che con altri tre suoi compagni  avrebbero incontrato le cose nella giungla. Il cugino era fuggito e gli altri tre non avevano più fatto ritorno al villaggio. Inoltre, mi disse che sul Catskill stavano accadendo delle cose strane e terribili, che intere unità vietnamite erano state orrendamente massacrate, maciullate da mostri dagli artigli di acciaio. Mi parlò delle vecchie leggende dei kmer sugli antichi dei-uccelli che dal cielo erano di nuovo tornati sulla Terra.

Così ho messo insieme una piccola spedizione composta da me, da Charles Fouriere, un francese di Da Nang, e da due vietnamiti del posto, per dare un’occhiata al Catskill. Se tutto andrà bene e se il nostro aereo non verrà abbattuto, potrò chiudere queste note con dei risultati apprezzabili, anche fotografici, fra quattro giorni>>

 

Dopo quattro giorni giunse sul tavolo del generale Coleman al Pentagono la notizia che il piccolo velivolo pilotato dal francese Charles Fouriere era forse esploso in aria, o semplicemente e misteriosamente scomparso sulla foresta di Dien Quoc di fronte alla montagna di Catskill. Nulla fu trovato, né dell’aereo, né dell’equipaggio. Una comunicazione vietnamita intercettata a Saigon da un francese, agente filo americano, parlava di una gigantesca sfera luminosa che aveva letteralmente inghiottito  il piccolo aereo, e che lo aveva dissolto cancellandolo.

 

 

racconto posto in essere nell’estate del 1991.

 

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Fotogallery.Cherry

domenica, 1 novembre 2009

 

 

FantastiKalbiGallery

Short Stories.Un Sogno o Cosa?

mercoledì, 28 ottobre 2009

 

 

Albi di FantastiKa

 

 

 

Un sogno o cosa?

Racconto fantastico di

Salvo Gagliardo

info@fantastikalbi.it

 

 

Mi trovavo in una  piccola borgata, c‘erano  poche case, ma non c’era nessuno attorno. Era sera ma poteva anche essere notte, le stelle in cielo brillavano di una strana luce, e c’era una luna piccola, piena e molto luminosa, ogni tanto si copriva di  qualche nuvola scura ma poco estesa. Io ero finito lì senza sapere come. Mi ero avvicinato per  una strada asfaltata ad una specie di spiazzo all’ interno di alcune case, erano case piccole di qualche piano come ce ne sono nelle borgate della mia città. E la borgata era circondata dalla campagna e dalla strada si potevano vedere le luci di Palermo  in fondo. C’era attorno un silenzio quasi assoluto, interrotto ogni tanto dallo stormire di qualche cicala  estiva  o di qualche grillo e dall’ abbaiare lontano di qualche cane. Lo spiazzo era largo con attorno frammenti di  marciapiedi, l’ aria era quella calda di luglio, ed ogni tanto si levava del vento. Io mi sentivo attratto dalle luci che avevo visto da lontano, dalla strada, erano le luci delle case con le finestre e i balconi con le serrande abbassate, ma erano anche le luci delle lampade esterne, quelle che pendevano dai cavi elettrici in alto, lampade vecchie con i paraluce di metallo scuro a forma di disco. Erano quelle che mi attraevano di più perché mi parve che mandassero una strana luminosità, avvolte invitante. Ma avvolte anche incerta perché avevo l’ impressione che la luce si riducesse e si rafforzasse in modo irregolare man mano che mi avvicinavo. Non c’era nessuno attorno, ma anche questa non era una sensazione completa perché sentivo che qualcuno mi stesse spiando nascosto da qualche parte. Ma questo stranamente non mi allarmava ma mi spingeva a procedere. Insomma provavo quelle sensazioni che si provano a guardare nei  vicoli bui delle città o scarsamente illuminati, uno strano desiderio di avventura. La piccola   luna e le stelle erano sempre in alto, e pulsavano come non avevo mai visto. Era come se anche loro mi attirassero. Intanto le grosse e vecchie lampade oscillavano nei cavi smosse dal vento. Ero vicinissimo allo spiazzo  perimetrato  dai muri dei piccoli fabbricati. La sensazione che qualcuno mi  stesse osservando si faceva sempre più intensa.  Qualcuno che forse si nascondeva fra le ombre di quella specie di cortile da periferia. Perché c’erano delle ombre che potevo vedere e che le luci delle grosse lampade non riuscivano a mettere in chiaro. C’era anche uno strano silenzio, quasi pauroso, il traffico delle auto scorreva più lontano sulla stradale. La gente restava chiusa nelle loro case a vedersi forse la Tv di cui si sentiva  ogni tanto il cicaleccio. In ogni caso mi sentivo solo, enormemente solo, solo sotto le stelle , la luna  e quelle lampade che si muovevano in alto, ma non era la sensazione esatta, perché sapevo che c’era qualcosa o qualcuno là. Infatti guardando fra le ombre  li vedevo, vedevo qualcosa che si muoveva come degli esseri. Poi li vidi chiaramente, erano dei bambini, o così mi parve e mi meravigliai che a quell’ ora si trovassero  dei bambini a giocare in quello spiazzo.  Ora li potevo vedere chiaramente, si erano dei bambini, si muovevano e sembrava che giocassero fra di loro con degli strani giocattoli e che non mi avessero ancora visto, bambini  piccoli, alcuni avevano  i capelli biondi, ma non c’erano   solo loro, perché c’erano  anche altre creature che  alle prime avevo scambiato per bambini, erano piccoli anche loro, ma più che bambini mi sembravano dei nani dalla testa molto grande quasi sformata. Mi parve che avessero un ruolo di comando in quei giochi e che guidassero quelli che ero certo fossero dei bambini umani, due o tre di quelli voltarono le loro grandi teste verso di me come se mi avessero visto ma non c’era nessun allarme in loro, piuttosto mi fissavano con indifferenza e fu allora che mi accorsi dei loro strani occhi, occhi che   non avevo  mai visto, occhi molto grandi e sporgenti e totalmente scuri o neri così mi parve, mi ricordarono gli occhi degli insetti. Avevano colli e corpi  sottili che muovevano a scatti, mi guardavano come potrebbero fare degli animali, dei rettili forse, con lo stesso  distacco. Questi mi parve che indossassero delle tute forse di un colore laminato, mentre i bambini indossavano degli abiti tradizionali ma con qualcosa di strano, come se fossero abiti di altri tempi. Fra i bambini c’erano anche delle bambine, alcune avevano i capelli biondi e si muovevano come se giocassero incuranti di me che stavo a qualche metro da loro e sembrava che tenessero molto ai comandi impartiti dalle altre creature che più che giocare con loro sembrava che li sorvegliassero. Ma i bambini non sembravano  impressionati dai loro strani compagni, anzi. Poi dalle ombre si materializzarono altre creature, erano simili a quelli dai grandi occhi ma di statura più alta. Anche loro si muovevano stranamente e a scatti. I bambini continuavano a giocare con degli strani giocattoli, erano degli oggetti strani per lo più luminosi, sfere, aste ed altro. Fui di nuovo osservato da alcune di quelle creature che però non si mossero verso di me, e  se ne stettero  a guardarmi con quegli strani occhi. Le luci in alto intanto continuavano a mandare una strana luce che sommava il bianco giallo ad una coloritura azzurra, una sorta di nebbia bluastra che sembrava avvolgere tutto il  cortile. Poi  mi parve che le luci si spegnessero o si riducessero, non riuscivo più a vederli. Era come  se le ombre si fossero espanse. Sentii un forte vento caldo o un enorme calore e vidi che sulle palazzine e sui fabbricati si stava alzando  qualcosa di molto luminoso, dapprima mi parve una sfera gigantesca, ma poi prese la forma di qualcosa, forse di un disco che circondato da quelle forte luci si alzò velocissimo e scomparve nel cielo.

 

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